martedì 30 agosto 2016

In stesura - Guarda dentro me - Prologo


Ascoltato il mio ennesimo sospiro voltai la testa di scatto e osservai l’altro lato del letto.
Vuoto.
La luce dei lampioni del vialetto che si infiltrava tra le fessure delle tapparelle, mi permetteva di scorgere le increspature delle lenzuola, gli avvallamenti del cuscino.
C’era ancora qualche traccia di lei. Ma era tutto freddo e sbiadito. Man mano che il suo calore svaniva, anche i colori si erano prosciugati. Era tutto così dannatamente grigio.
Dov’era la sua pelle lattea? Quei capelli come raggi di sole? Gli occhi verde smeraldo che mi avevano scaraventato in un mondo tutto nuovo?
Serrai la mascella e rivolsi lo sguardo al soffitto stringendo un lembo di coperta fra le dita.
Come cazzo ero ridotto?
Non so quanto tempo ci impiegai a scacciare il caos dalla mia testa, forse troppo, forse troppo poco.
Udire gli ingranaggi del mio cervello che giravano di continuo, mi aveva distratto dal silenzio assordante che mi circondava e che ora mi stava sopraffacendo. Era insopportabile.
Non mi ero mai accorto di quanto possa essere ingombrante un’assenza. Di quanto possa essere rumorosa. Molesta. Del modo odioso in cui colma l’anima invece di svuotarla.
Quell’assenza la percepivo fino alla punta delle dita, fino all’estremità della spina dorsale, nella profondità del petto, degli occhi, e mi stava distruggendo.
Erano mesi che ogni notte, nella tranquillità della mia camera, mi addormentavo con la consapevolezza di non essere da solo.
Non si trattava di una condizione di vicinanza fisica. Era qualcosa di più, a un livello superiore. Un livello umano. Un feeling, una condivisione di pensieri ed emozioni.
Era la prima volta che mi capitava una cosa del genere e ci avevo messo un po’ a farmelo piacere. Ad accettare di avere un rapporto particolare con una ragazza che andasse oltre la fisicità. Perciò dopo tutta la fatica che avevo fatto, non mi capacitavo di come avessi potuto mandare tutto all’aria.
In un impeto di nervosismo mi alzai e buttai sul pavimento lenzuola e coperte.
Avevo creduto, sperato, che il tempo mi avrebbe aiutato a stare meglio, a lasciarmi alle spalle quel casino, ma mi ero sbagliato di grosso.
Gettai un’occhiata torva alla porta della mia stanza. L’abitudine, che brutta bestia. Quando avevo dei problemi, delle voglie, o qualcosa da risolvere, la spalancavo e uscivo nel corridoio. Saltavo la camera di mia sorella Giorgia ed entravo direttamente in quella di Annabelle, senza neppure bussare.
Anche ora avrei potuto fare la stessa cosa. Le fasi di quella stupida routine erano semplici e facili da ricordare.
Ma adesso non avrebbe avuto più senso, a meno che non volessi torturarmi. Perché sarei entrato in una stanza vuota, dove non c’era più nemmeno il suo profumo nell’aria, dove i ricordi si rincorrevano e graffiavano senza pietà.
Annabelle se n’era andata. Non viveva più nella mia casa come coinquilina. E ciò non era dipeso da lei.
Ero stato io a cacciarla via.
Dopo aver indossato la prima cosa che mi capitò sottomano, tornai a sdraiarmi sul materasso spoglio.
Ero un rottame. Completamene a pezzi.
Erano giorni che ero rinchiuso in casa e non volevo parlare con nessuno. Giorni che non mi radevo, e io odiavo non radermi ogni santa mattina. Scacciavo via tutti i miei amici, mia sorella e chiunque osasse pronunciare il mio nome. L’unica persona con cui avrei voluto parlare ignorava le mie telefonate.
Ma che cosa pretendevo?
«Carlo! Apri questa cazzo di porta o la butto giù!»
Mormorai un insulto e schiusi le palpebre. Non mi meravigliai di vedere la luce fredda del mattino che schiariva l’ambiente. Da quando Annabelle se n’era andata succedeva sempre. L’illusione di dormire era appunto solo un’illusione. Trascorrevo le notti a ricordare e a fare inutili discorsi fra me e me.
«Carlo!»
Oh, che palle Alessandro. Avere un migliore amico come lui in certe circostanze era davvero una rottura. «Vattene.»
«Ti avevo avvertito!» Udii un tonfo contro la porta e subito dopo un altro ancora. Quel coglione aveva intenzione di buttarla giù per davvero.
Mi trascinai fuori dal letto e andai ad aprire. Entrò come un tornado borbottando parolacce e dirigendosi verso la finestra che spalancò. «Tra un po’ dovranno entrare qui dentro con le maschere antigas.»
Si posò i pugni chiusi sui fianchi e mi rivolse uno dei suoi sguardi assassini, con quegli occhi azzurri e taglienti simili a una scheggia di vetro. «Come stai?»
«Che cosa vuoi, Alessandro?»
Visto che non mi andava di starmene impalato, ammassai in un angolo le lenzuola e i vestiti sparsi sul pavimento a suon di calci.
«Voglio il mio migliore amico indietro. Che cosa ne hai fatto di lui? Sei solo una brutta copia malandata.»
«Accontentati.»
«Carlo…» sospirò.
Uffa. Ora iniziava qualche suo discorso del cazzo e io non ero in vena. «Mi deve solo passare» parlai prima che potesse farlo lui. «Non mi assillate, così è peggio. Puoi dire anche a Francesco di piantarla con quei suoi sms del cavolo? Non ne posso più.»
Alessandro si avvicinò e afferratami una spalla mi obbligò a girarmi verso di lui. Era teso e arruffato, i ricci biondi ridotti a un groviglio, la maglietta nera stropicciata. Doveva essersi alzato ed esausto era venuto diritto da me. Avrei dovuto aspettarmelo. Solo che negli ultimi tempi nella mia mente non c’era molto spazio per pensare ad altre persone che non fossero lei. Ed ero egoista, perché ero consapevole di che cosa si prova quando uno dei tuoi migliori amici passa un brutto periodo. Alla fine ti coinvolge quasi come se ci fossi dentro tu.
Quando Alessandro si era trovato nei guai ed era fuggito a Londra ci avevo perso il sonno. Quando Francesco era svanito nel nulla dopo la rottura con la sua ragazza, ci avevo perso il sonno alla stessa maniera. Tutto ciò che volevo era che si facessero sentire, che mi assicurassero che stessero bene. Allora perché io mi stavo comportando nel modo in cui sapevo che li facessi stare male?
«Non ti passerà Carlo. Non ti illudere che domani andrà meglio, perché non sarà così.»
«Starò bene» mentii spudoratamente.
«No, e lo sai meglio di me.»
In un’altra circostanza mi sarebbe uscita dalla bocca una battuta dietro l’altra. Ci avrei riso su, mi sarei preso in giro, avrei preso in giro il mondo fino a sentire dolore allo stomaco dalle forti risate.
Dov’era finito Carlo Mancini? Non lo trovavo più. Mi mancava. Quello non ero io. Un depresso, debosciato e lagnoso, vittima dell’amore.
«Non so che cosa fare…»
«Tu invece sai bene che cosa fare, amico.»
«Non so dov’è…» continuai imperterrito.
Alessandro sbuffò e si avviò verso l’uscita con una smorfia stampata in faccia. «Basta con le scuse, Carlo. Muovi il culo e vattela a riprendere.»

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